La Corte di Cassazione dà, da ultimo, rilievo al dovere e all’autoresponsabilità del figlio maggiorenne – e non solo al “diritto ad ogni possibile diritto” e rileva come la valutazione del diritto al mantenimento del figlio maggiorenne da parte dei genitori debba essere condotta con “rigore proporzionalmente crescente, in rapporto all’età dei beneficiari, in modo da escludere che tale obbligo assistenziale possa essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura.
Oltre tali “ragionevoli limiti”, l’assistenza economica protratta ad infinitum “potrebbe finire col risolversi in forme di vero e proprio parassitismo di ex giovani ai danni dei loro genitori sempre più anziani”.
L’obbligo dei genitori non può, quindi, protrarsi senza fine e pertanto – a parte le situazioni di minorazione fisica o psichica altrimenti tutelate dall’ordinamento – trova il suo limite logico e naturale: “quando i figli si siano già avviati ad un’attività lavorativa tale da consentir loro una concreta prospettiva d’indipendenza economica; quando siano stati messi in condizioni di reperire un lavoro idoneo a procurar loro di che sopperire alle normali esigenze di vita; od ancora quando abbiano ricevuto la possibilità di conseguire un titolo sufficiente ad esercitare un’attività lucrativa, pur se non abbiano inteso approfittarne; o, comunque, quando abbiano raggiunto un’età tale da far presumere il raggiungimento della capacità di provvedere a se stessi.”.
E’, dunque, esigibile l’utile attivazione del figlio nella ricerca comunque di un lavoro, anche se non pienamente rispondente alle sue aspettative e ai suoi titoli, al fine di assicurarsi il sostentamento autonomo, in attesa dell’auspicato reperimento di un impiego più aderente alle sue soggettive aspirazioni; non potendo egli, di converso, pretendere che a qualsiasi lavoro si adatti soltanto, in vece sua, il genitore.
(Corte di Cassazione, 14.8.2020, n.17183)
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