“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.”

(così Ulisse ai compagni nel canto XXVI, Inferno. Dante Alighieri)

In tempi di Coronavirus dare risposte certe, anche giuridiche, spesso risulta assai difficile. Soprattutto nel campo dei rapporti contrattuali. Sia perché tanti contratti delle nostre relazioni quotidiane non avevano necessariamente forma scritta; sia perché, in molti di essi, non c’era una disciplina particolare per il verificarsi di eventi imprevedibili, epidemie o altri casi di forza maggiore (come si potrebbe provare a qualificare il Coronavirus); sia perché è spesso difficile inquadrare questa particolarissima situazione in definiti istituti giuridici; sia perché, per molti aspetti, non è stata dettata dal nostro attuale Legislatore una disciplina specifica per l’emergenza (il nostro legislatore, ad esempio, ha introdotto norme specifiche per i contratti di trasporto, i pacchetti turistici, ma non per tanti altri tipi contrattuali).

Spesso, poi, gli interessi in gioco sono molteplici e riguardano magari anche rapporti contrattuali in corso da tempo e destinati, nell’auspicio delle parti, a continuare o a riprendere presto.

Eventuali contenziosi che dovessero insorgere, poi, potrebbero essere destinati a durare parecchio tempo, dati anche i tempi usuali della nostra Giustizia e l’articolazione del nostro ordinamento processuale in tre gradi di giudizio, e potrebbero non soddisfare gli interessi di nessuno o dare risposte quando ormai le parti non ne hanno più interesse.

L’auspicio, allora, che viene da fare in questo tempo e che nasce anche dal confronto con Colleghi o con Imprenditori clienti, è la diffusione della conoscenza dei generali DOVERI GIURIDICI della correttezza e buona fede.

Innanzitutto, la CORRETTEZZA. Fa riferimento alla generalità dei rapporti obbligatori e non solo a quelli derivanti da contratto ed esprime un canone – di condotta leale e corretta – che riguarda entrambe le parti di un rapporto.

L’art.1175 cod. civ. prevede che “il debitore e il creditore devono comportarsi secondo le regole della correttezza”. Il principio di correttezza è stato visto come possibile strumento di integrazione degli obblighi delle parti per quanto non avevano espressamente previsto; o anche come criterio di valutazione della loro condotta; oppure come regola di comportamento da osservare nell’esecuzione del rapporto (che ha quasi sempre un margine di discrezionalità non previsto); o ancora come limite all’esercizio di pretese affinchè non sfocino nell’abuso del diritto.

Autorevoli autori hanno osservato che il dovere di correttezza “assolve ad una funzione di “chiusura” del sistema, poiché evita di dover considerare permesso ogni comportamento che nessuna norma vieta e facoltativo ogni comportamento che nessuna norma rende obbligatorio” (Galgano).

Nell’ambito, poi, specifico dei rapporti contrattuali, il codice prevede il dovere di BUONA FEDE: in relazione all’esecuzione del contratto (art.1375 cod. civ.), in relazione alla sua interpretazione (art.1366 cod. civ.), già nella fase precontrattuale delle trattative (art.1337 cod. civ.), nella pendenza di una condizione contrattuale sospensiva o risolutiva (art.1358 cod. civ.), nel sollevare un’eccezione di inadempimento per rifiutarsi di eseguire una prestazione (art.1460 cod. civ.).

In particolare, l’art.1375 cod. civ. afferma il principio per il quale Il contratto deve essere eseguito secondo buona fede.”. Per alcuni, in maniera riduttiva, la buona fede contrattuale è da intendersi come criterio di valutazione a posteriori del comportamento delle parti, nella fase di attuativa del rapporto; altri, in maniera più ampia, la considerano come criterio integrativo del contenuto del contratto (anche con riferimento a norme della Costituzione), fonte di obblighi autonomi e strumentali (di informazione, di solidarietà e di protezione).

Quel che è certo è che la norma ha carattere inderogabile.

Mi piace riportare, in conclusione, un passaggio di una sentenza della Corte di Cassazione di qualche anno fa: La buona fede, intesa in senso etico come requisito della condotta, è uno dei cardini della disciplina legale delle obbligazioni, oggetto di un vero e proprio dovere giuridico, che viene violato non solo nel caso in cui una delle parti abbia agito con il proposito doloso di recare pregiudizio all’altra, ma anche se il comportamento da essa tenuto non sia stato, comunque, improntato alla diligente correttezza e al senso di solidarietà che integrano, appunto, il contenuto della buona fede. Il comportamento secondo buona fede e correttezza del singolo contraente è, dunque, finalizzato, nel rispetto del contemperamento dei rispettivi interessi, a una tutela delle posizioni e delle aspettative dell’altra parte per cui è legittimo configurare quali componenti del rapporto obbligatorio i doveri strumentali al soddisfacimento dei diritti delle parti contraenti.” (Cass. Civ. n. 3185/2003).

Ricordarci e applicare i doveri giuridici di correttezza e buona fede, soprattutto in questo periodo storico, potrà forse aiutarci a superare, per quanto possibile in maniera meno dolorosa, questa fase e ripartire con ferite, economiche e relazionali, forse meno profonde.

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