Un Comune italiano, responsabile di non avere rimosso le barriere architettoniche che ostacolavano l’accesso autonomo alla sala consiliare e agli uffici amministrativi ad una consigliera comunale disabile e di non avere nemmeno messo in atto, in attesa dell’installazione dell’ascensore, misure idonee a consentirle l’accesso autonomo, è stato condannato al risarcimento dei danni patiti dalla Signora, liquidati in via equitativa in 15.000,00 euro. In particolare, la consigliera lamentava che, in assenza di un ascensore per disabili /o di un servoscala, doveva farsi “guidare” e “trasportare” dal personale comunale lungo due rampe di scale, per essere messa su una specie di “trattorino” o “montascale”. Aveva, pertanto, richiesto che l’autorità giudiziaria ordinasse la cessazione immediata del comportamento discriminatorio, condannando il Comune sia alla pronta realizzazione di un ascensore e/o di un servoscala, o comunque alla realizzazione delle opere ritenute più idonee, sia al risarcimento del danno, da liquidare in via equitativa. La Corte di Cassazione, con la sentenza del 13 febbraio 2020, n. 3691, ha confermato che, con il suo comportamento, il Comune aveva attuato una forma di discriminazione indiretta, come definita dall’articolo 2, comma 3 della legge 67/2006, che, tra l’altro, prescinde da una specifica volontà o intenzione discriminatoria. Tale norma prevede che “Si ha discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone.”. Di qui, pertanto, la condanna del Comune al (solo) risarcimento del danno, essendo nel corso del giudizio cessata la condotta discriminatoria, attraverso la realizzazione dell’ascensore per disabili da parte del Comune. La Corte coglie l’occasione per ricordare, tra l’altro, che “il superamento delle barriere architettoniche – tra le quali rientrano, ai sensi del D.P.R. n. 503 del 1996, art. 1, comma 2, lett. b), gli “ostacoli che limitano o impediscono a chiunque la comoda e sicura utilizzazione di spazi, attrezzature o componenti” – è stato previsto (L. n. 118 del 1971, art. 27, comma 1) “per facilitare la vita di relazione” delle persone disabili”, evidenziandosi che tali principi “rispondono all’esigenza di una generale salvaguardia della personalità e dei diritti dei disabili e trovano base costituzionale nella garanzia della dignità della persona e del fondamentale diritto alla salute degli interessati, intesa quest’ultima nel significato, proprio dell’art. 32 Cost., comprensivo anche della salute psichica oltre che fisica”.

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