La Corte di Cassazione si è trovata ad affrontare, nella sentenza n.22541 del 10 settembre 2019, un caso di risarcimento dei danni da responsabilità civile, le cui origini si trovano in una vicenda di bullismo tra ragazzi. In particolare, nel corso di un litigio, un giovane (l’agente bullo) riceveva da un altro (la vittima bullizzata) un pugno in faccia che gli provocava l’avulsione traumatica dell’incisivo superiore laterale di sinistra, la lussazione dell’incisivo centrale ed escoriazioni al labbro. Il procedimento penale a carico dell’aggressore terminava con sentenza di non luogo a procedere emessa dal Tribunale per i minorenni. Il bullo, vittima dell’aggressione, agiva, così, in giudizio civile, per ottenere il risarcimento dei danni subiti per l’aggressione, contro il giovane che l’aveva colpito ed i suoi genitori ritenuti responsabili ex art. 2048 codice civile del comportamento del figlio minore.

La Corte di Cassazione, dove è giunta infine la vicenda, in accoglimento del ricorso della vittima bullizzata poi divenuta aggressore, coglie l’occasione per affermare alcuni principi in merito alla funzione della responsabilità civile ed all’importanza di interventi coordinati di fronte al fenomeno sociale del bullismo. La Corte di Cassazione contesta l’operato dei precedenti Giudici di appello – che avevano liquidato una consistente cifra quale danno a carico della vittima divenuta aggressore e a favore del bullo aggredito – rilevando che la Corte d’appello aveva del tutto sbrigativamente negato qualunque rilievo al comportamento ripetutamente provocatorio e offensivo di cui la vittima bullizzata era stata fatto oggetto da parte della (successiva) “vittima” aggredita, limitandosi ad affermare paternalisticamente che il giovane (bullizzato poi aggressore) non avrebbe dovuto reagire alle provocazioni ricevute.

La Cassazione ha rilevato che “pur dovendosi neutralizzare e condannare l’istinto di vendetta del minore bullizzato, è innegabile che la risposta ordinamentale non possa essere solo quella della condanna dell’atto reattivo come comportamento illecito a sè stante, ignorando le situazioni di privazione e di svantaggio che ne costituivano il sostrato, non solo perchè l’ignoranza e la sottovalutazione possono (persino) attivare un circolo negativo di vittimizzazione ulteriore, ma anche perchè il bullismo non dà vita ad un conflitto meramente individuale, come dimostrano le rilevazioni statistiche, e richiede un coacervo di interventi coordinati che, oltre a contenere il fenomeno, fungano da diaframma invalicabile che si interponga tra l’autore degli atti di bullismo e le persone offese, anche onde rendere del tutto ingiustificabile la reazione di queste ultime. In assenza di prove circa come le istituzioni, la scuola, in particolare, fossero intervenute per arginare il fenomeno del bullismo e per sostenere l’odierno ricorrente, quindi mancando anche la prova della ricorrenza di espressioni di condanna pubblica e sociale del comportamento adottato dai cosiddetti bulli, non era legittimo attendersi da parte di R.F., adolescente, una reazione razionale, controllata e non emotiva. Nel caso di specie, non solo non è fuori luogo, ma è persino doveroso che l’ordinamento si dimostri sensibile verso coloro che sono esposti continuamente a condizioni vittimizzanti idonee a provocare e ad amplificare le reazioni rispetto alle sollecitazioni negative ricevute; soprattutto ove la vittima venga privata del meccanismo repressivo istituzionale dell’illecito e, come sembra sia avvenuto in questo caso, venga lasciata sola nell’affrontare il conflitto.”.

La Corte ha, poi, colto l’occasione per evidenziare la funzione in qualche modo educativa e riparativa della responsabilità civile nel nostro ordinamento, rilevando che “Questa sezione della Corte regolatrice ha già avuto occasione di affermare che, pur non spettando al giudice esprimere valutazioni di tipo etico e sociale relativamente al comportamento dei consociati, non deve ritenersi preclusa la possibilità di usare la responsabilità civile allo scopo di offrire risposte, ovviamente rigorosamente incardinate sul piano giuridico, capaci di adattarsi al contesto situazionale di riferimento, sensibili ai mutamenti sociali del tempo, e capace di collocarsi diaframmaticamente nelle dinamiche interpersonali che promanano dai sempre più frequenti processi vittimogeni che coinvolgono soprattutto le giovani generazioni (Cass. 12/04/2018, n. 9059).”.

E così nella quantificazione del danno, pur da riconoscere alla vittima dell’aggressione, il Giudice può “… servirsi della valutazione equitativa ex art. 2056 c.c. e determinare, quindi, la compensazione economica ritenuta socialmente adeguata del pregiudizio, cioè quella che …. ne determini l’ammontare tenuto conto della compensazione che la coscienza sociale in un determinato momento storico ritenga equa, tenuto conto di tutte le specificità del caso concreto ed in particolare dei vari fattori incidenti sul verificarsi della lesione e sulla sua gravità. Nella liquidazione del danno, dunque, il Giudice dovrà tenere conto di tutto il contesto in cui si è collocata l’aggressione e della situazione in cui si era trovato, da solo, a dover vivere il giovane vittima bullizzata, prima di reagire divenendo aggressore.

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