Un noto cantante conveniva in giudizio la RAI, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti, per l’utilizzazione non autorizzata ed a fini commerciali della propria immagine, per la violazione del diritto all’oblio, e per il carattere lesivo del commento ad un episodio andato in onda in una trasmissione televisiva. Danni che il cantante lamentava discendere dalla messa in onda di un servizio che riproduceva un episodio concernente un tentativo di intervista, non andato a buon fine per il rifiuto del cantante, registrato circa cinque anni prima, e già mandato in onda a quell’epoca dalla RAI. A distanza di circa cinque anni, infatti, la RAI aveva rimandato in onda un secondo servizio, che riproponeva le stesse immagini del primo, inserite – senza autorizzazione alcuna da parte del cantante – all’interno di una “classifica dei personaggi più antipatici e scorbutici del mondo dello spettacolo”, e nella quale al cantante veniva assegnato il secondo posto, con un commento fatto a corredo delle immagini del seguente tenore: “E chissà, forse V.A. non è più abituato alle luci della ribalta. Del resto, ormai è molto tempo che non lo illuminano più”. Il Tribunale di primo grado e la Corte d’appello respingevano la domanda del cantante. Di diverso avviso la Corte di Cassazione, che si è pronunciata con l’ordinanza depositata il 20 marzo 2018, n. 6919. La Corte ritiene che carattere centrale rispetto alle altre doglianze proposte in giudizio dal cantante riveste la dedotta illegittimità della trasmissione, per violazione del diritto all’oblio conseguente alla messa in onda di immagini registrate cinque anni prima, e l’affermato carattere lesivo della propria reputazione dei commenti ivi posti a corredo delle immagini. La Suprema Corte, quindi, rileva che l’esistenza del cd. “diritto all’oblio” è stata affermata, sia nella giurisprudenza Europea che in quella nazionale, con riferimento a fattispecie differenti, nelle quali si è sempre posta, peraltro, l’esigenza di un contemperamento tra due diversi diritti fondamentali: il diritto di cronaca, posto al servizio dell’interesse pubblico all’informazione, ed il diritto della persona a che certe vicende della propria vita, che non presentino più i caratteri dell’attualità, ovverosia che non siano più suscettibili di soddisfare un interesse apprezzabile della collettività a conoscerle, non trovino più diffusione da parte dei media. Correlato a tale diritto, ed in un certo senso ad esso strumentale, poichè finalizzato ad assicurarne il soddisfacimento, è – poi – il diritto ad ottenere la rimozione, da elenchi, o archivi, o registri, del proprio nominativo, in relazione a fatti e vicende che non presentino più il suddetto carattere dell’attualità.”. La Corte prosegue, quindi, affermando che, dal sistema normativo vigente, il diritto fondamentale all’oblio può subire una compressione, a favore del diritto di cronaca, solo in presenza di determinati presupposti: 1) il contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; 2) l’interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia (per ragioni di giustizia, di polizia o di tutela dei diritti e delle libertà altrui, ovvero per scopi scientifici, didattici o culturali); 3) l’elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica e, segnatamente, nella realtà economica o politica del Paese; 4) le modalità impiegate per ottenere e nel dare l’informazione, che deve essere veritiera (poichè attinta da fonti affidabili, e con un diligente lavoro di ricerca), diffusa con modalità non eccedenti lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali, sì da evidenziare un esclusivo interesse oggettivo alla nuova diffusione; 5) la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire all’interessato il diritto di replica prima della sua divulgazione al grande pubblico. In assenza di tali presupposti, la pubblicazione di una informazione concernente una persona determinata, a distanza di tempo da fatti ed avvenimenti che la riguardano, non può che integrare, pertanto, la violazione del fondamentale diritto all’oblio, come configurato dalle disposizioni normative e dai principi giurisprudenziali esposti. Nel caso in esame, la Corte ha ritenuto che i suindicati parametri non ricorressero e che, quindi, il diritto di cronaca non potesse trovare prevalenza sul diritto all’oblio invocato dal cantante. La Corte di Cassazione, quindi, ha annullato la sentenza d’appello, ritenendola errata, ed ha rinviato il giudizio nuovamente alla Corte d’appello, perché si pronunci sulle domande di risarcimento formulate, tenendo a base della nuova decisione i principi di diritto affermati.

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