Con l’ordinanza dell’8 marzo 2018, n. 5613, la Corte di Cassazione Civile ha affrontato l’argomento della prova della quantificazione del danno  patrimoniale da mancato guadagno (c.d. lucro cessante). Il caso esaminato riguarda una controversia tra un’Immobiliare ed un cliente, che avevano sottoscritto un contratto di mediazione, in forza del quale la Società era stata incaricata della vendita di una serie di box di proprietà del cliente in un determinato arco di tempo. Dopo sole tre settimane, il cliente aveva cambiato idea e revocato l’incarico alla Società immobiliare, che quindi aveva agito in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni conseguentemente subiti. L’Immobiliare aveva quantificato i danni in Euro 135.300,00, pari all’intera provvigione non incassata a causa della revoca dell’incarico. Il Tribunale di primo grado aveva respinto la domanda dell’Immobiliare, mentre la Corte d’Appello, in totale riforma, ha riconosciuto l’intera somma richiesta. La parola è passata, quindi, alla Corte di Cassazione, che, in effetti, ha ritenuto la sentenza d’appello errata. La Cassazione ha ricordato, infatti, che il danno patrimoniale da mancato guadagno può essere riconosciuto solo a seguito di un rigoroso giudizio di probabilità e non di mera possibilità. Pertanto la Corte d’Appello aveva errato nel riconoscere, quale mancato guadagno, l’intero importo delle provvigioni per il solo fatto che l’immobiliare aveva raccolto, durante le tre settimane di durata dell’incarico prima della revoca, alcune proposte d’acquisto. Secondo la Cassazione questo non poteva ritenersi sufficiente a dimostrare, secondo un “rigoroso giudizio di probabilità”, che i box sarebbero stati tutti venduti nell’arco della durata dell’incarico e, dunque, non era corretto riconoscersi l’intera provvigione come risarcimento del danno.

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