La Corte di Appello di Roma, con la sentenza del 29 aprile 2017, n.2833, ha affermato la responsabilità civile del provider per i fatti illeciti commessi da terzi tramite l’utilizzo della piattaforma digitale messa a loro disposizione. In particolare, questi terzi avevano illecitamente utilizzato e diffuso, tramite la piattaforma data loro in uso dal provider, programmi audio televisivi di titolarità – quale diritto d’autore – di un differente soggetto, che, quindi, aveva agito in giudizio per ottenere il ristoro dei danni. La Corte d’appello ha confermato la responsabilità della Società provider convenuta in giudizio, escludendo che l’attività da Essa svolta si potesse qualificare come semplice hosting provider, e, perciò, mera “memorizzazione” di dati, attività di carattere “meramente tecnico, automatico e passivo” (e, dunque, in quanto tale, esente da responsabilità al ricorrere delle condizioni definite dalla Direttiva 2000/31/CE e dal d.lgs.70/2003). La Corte ha, invece, ritenuto che la posizione della Società Break fosse attiva, di content-provider o, comunque, provider attivo aggregatore, in ragione delle “pluriarticolate attività svolte dal provider nella gestione dei contenuti immessi sulla propria piattaforma digitale” nel caso di specie. La Corte, dunque, ha ritenuto “ravvisabile un’attività volontariamente finalizzata a concorrere o cooperare con il terzo nell’illecito”, dovendosi escludere, nel caso in esame, la “neutralità”, rispetto ai contenuti illecitamente diffusi (a terzi), dell’operato del provider, peraltro diffidato alla rimozione degli stessi e, dunque, a conoscenza dell’illecita diffusione.

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