Questo il principio affermato dalla Corte di Cassazione, con la sentenza del 25 gennaio 2017, n.1931, all’esito di un giudizio img-bancapromosso da un correntista che lamentava di non essere riuscito a ottenere il credito presso diversi Istituti di credito, a causa della presenza di una segnalazione alla Centrale Rischi. Il correntista aveva domandato in giudizio l’immediata cancellazione del suo nominativo dalla Centrale Rischi, categoria “sofferenze”, ivi inserito a seguito di illegittima segnalazione effettuata dalla banca chiamata in causa, oltre al risarcimento dei danni subiti ai sensi dell’art.15 d.lgs.196/2003 (Codice privacy) e dell’art.2050 cod.civ. (“responsabilità per l’esercizio di attività pericolose”). Le domande proposte dal correntista erano state respinte dai Giudici di merito, in particolare per quanto riguarda la domanda di risarcimento dei danni, poiché non aveva provato in giudizio di aver richiesto la concessione di linee di credito per la propria attività e di non averle potute ottenere a causa della segnalazione alla centrale rischi. La Cassazione ha confermato il rigetto, ricordando, in particolare, che “l’affermazione della responsabilità dell’esercente l’attività pericolosa, ai sensi dell’art. 2050 c.c., richieda comunque l’accertamento della sussistenza del un nesso di causalità tra l’attività e il danno patito dal terzo e, dunque, richieda ineluttabilmente che un danno vi sia, danno che, per converso, il Tribunale – con ineccepibile motivazione, – ha ritenuto non provato”. Il danno, dunque, per essere riconosciuto, deve sempre essere provato.

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