Il danno da amianto subito da una lavoratore è provato mediante una “adeguata probabilità, sul piano scientifico, della img-lavororisposta positiva”. Così la sentenza n.17528 del 2 settembre 2016 della Corte di Cassazione, che ha confermato la correttezza delle precedenti sentenze dei Giudici di merito. Il caso affrontato è quello di un lavoratore, ammalatosi di neoplasia al colon, che ha agito in giudizio verso l’INAIL, per ottenerne la condanna alla corresponsione del trattamento economico di cui al d.lgs.38/2000 in conseguenza dell’origine professionale della malattia, insorta per la prolungata esposizione all’amianto. La Corte di Cassazione ha confermato che, ai fini della riconducibilità della malattia all’attività professionale svolta, “qualora l’accertamento abbia natura medico-legale e sia diretto a verificare la dipendenza causale di una determinata malattia rispetto ad un’attività lavorativa, trova applicazione il criterio secondo il quale deve ritenersi acquisita la prova del nesso causale nel caso sussista un’adeguata probabilità, sul piano scientifico, della risposta positiva”. In particolare, nel caso in esame, l’origine professionale della patologia è stata ritenuta confermata dalla ricorrenza di vari elementi: l’elemento topografico (come da letteratura scientifica), l’elemento cronologico (oltre 22 anni di esposizione all’amianto), l’elemento di efficienza lesiva (l’amianto era dotato di idonea efficacia causale rispetto alla malattia denunciata e la neoplasia era insorta dopo un periodo di latenza adeguato, rispetto ai dati riportati dalla letteratura), l’elemento di esclusione di altra causa (non erano stati individuati fattori extralavorativi per i quali potesse essere invocata una responsabilità nell’insorgere della patologia). Se dunque la prova del danno deve fare riferimento a dati scientifici, è necessario e sufficiente per ritenere raggiunta la prova del nesso causale la presenza di un giudizio di probabilità qualificata della risposta positiva.

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